Il rompiscatole

Alessandro De Angelis

Con quell’aria un po’ così, da lombardo burbero, incline ad andare al dunque, quando tutti vogliono convincersi del contrario, che taglia corto, come dicono dalle sue parti: “Dura minga, non può durare”. Giancarlo Giorgetti, il mediatore, abile da più lustri nell’arte del compromesso, stavolta si muove in direzione ostinata e contraria, perché il realismo non è pessimismo, a costo di essere o apparire un gigantesco “rompiballe”. È giusto così, pensa: vanno dette le cose come stanno, al netto delle interviste rassicuranti, degli spin allarmanti, di una politica come rappresentazione che prescinde dalla realtà di un governo che non c’è più.

Eccolo, nel suo borbottio quotidiano, l’ennesimo “dura minga”, l’ennesimo, nell’ultima settimana, dopo anni di silenzio, mesi di parole dosate col contagocce, nell’ambito di un ruolo interpretato un po’ alla Richelieu politico, un po’ alla mister Wolf tecnico, che risolve problemi, nell’era in cui si twitta prima di risolvere un dossier, perché la comunicazione è l’unico Dio: “Io non accuso nessuno ma dico che così non si può andare avanti. Lo si può fare solo se dopo le Europee si torna a lavorare”.  Ha deciso di dire la verità , in quest’orgia di ipocrisia di due soci di governo che non sono più d’accordo su nulla, ma, ripetono, “dureremo quattro anni”, senza dire come, dopo che il falò della campagna ha bruciato fiducia, rapporti umani e logica, perché tattica vuole, secondo un’espressione abusata, che sia l’altro a rimanere col cerino in mano.

Spiegano dentro la Lega che, tra lui e Salvini c’è perfetta sintonia, accomunati da un sentimento di sfiducia verso i Cinque Stelle, diventata grido di dolore che parte dal territorio, dal Nord produttivo e operoso, dalle categorie che hanno investito sulla Lega e ora vedono disattesi gli impegni presi e scattano in una standing ovation al presidente di Confindustria Boccia quando denuncia...

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