La controriforma populista

Alessandro De Angelis

Non c’è poi da stupirsi più di tanto se, dopo anni in cui al paese sono state somministrate massicce dosi di antipolitica, è passata quasi sotto silenzio, e senza suscitare chissà quali passioni, la famosa riforma costituzionale sul taglio di parlamentari . Neanche le fanfare pentastellate sul taglio delle poltrone e sulla fine dell’ingordigia dei forchettoni che occupano le Aule, hanno scaldato più di tanto il clima, perché in fondo è come se il provvedimento fosse già metabolizzato da un’opinione pubblica avvezza a considerare la politica come Casta, nell’epoca del gran rifiuto delle articolazioni democratiche.

Che volete che sia: la Camera passa da 630 a 400 deputati, il Senato da 315 a 200. In fondo, si dirà, solo un taglio di costi. E poco importa che il costo in questione sia di 65 milioni l’anno, in un paese che, nell’ultimo anno, ha visto crescere di 61,5 milioni ogni sei ore il debito pubblico, lievitato di 34 miliardi in dodici mesi. È assai indicativo di questo clima che nessuno, anche se il provvedimento oggi al Senato non è passato con la famosa maggioranza qualificata dei due terzi, ha lasciato intendere che chiederà il referendum confermativo. Non solo perché bisognerà attendere un altro passaggio alla Camera, ma la ragione è tutta politica: chi volete che chieda, in questo clima e su questo argomento, una consultazione popolare destinata a trasformarsi in un plebiscito anti-Casta, nel nuovo contro il vecchio, nella battaglia epocale dei difensori di un paese che soffre contro i vecchi partiti impegnati a difendere privilegi, posti e stipendi?

Il problema è che le riforme, se di riforma si può parlare, non vanno valutate solo assumendo il “numero” come variabile indipendente, ma in relazione alla dinamica che innescano, in termini di funzionamento istituzionale e, più in generale, di impatto democratico nel suo complesso. Ecco il punto. Questa riforma non cambia troppo, ma cambia poco e male. Cambia poco, perché non...

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